UN Pò DI STORIA:

 Il culto di San Gregorio Magno

 

Gregorio nacque Roma verso il 540 da Gordiano e Silvia, venerati ambedue come santi,appartenevano al ceto patrizio dell’Urbe e molto probabilmente alla gente Anicia. La famiglia si distingueva per la nobiltà del sangue, per l’attaccamento alla fede cristiana e per i servizi prestati alla sede apostolica. Da essa infatti erano usciti già due pontefici oltre a Gregorio, Felice III (483-492), trisavolo di Gregorio ed Agapito (535-536). Il padre di Gregorio ricoprì l’ufficio di regionarius, probabilmente ufficiale laico incaricato dell’amministrazione degli affari secolari di una delle regioni ecclesiastiche.

L’adolescenza di Gregorio cade nel periodo più oscuro della storia  e vita di Roma nel sec. VI, quando la città, durante la guerra gotica, fu presa e ripresa dagli eserciti Bizantini e Ostrogoti e, ad un certo momento, fu persino sul punto di essere distrutta dal re Totila che ne aveva fatto allontanare gli abitanti.

In virtù della Pragmatica Santio, emanata da Giustiniano nel 554 per riordinare le cose d’Italia, riorganizzato tutto il sistema scolastico con il ripristino dell’insegnamento della grammatica, della retorica, della medicina, e dei diritti; il nostro santo usufruì dei benefici apportati nel campo dell’educazione dall’instaurazione del dominio Bizantino. Secondo la testimonianza di Gregorio di Tours, il giovane Gregorio «fu così bene istruito nella grammatica, nella dialettica e nella retorica che in Roma non era secondo ad alcuno».

Su Gregorio ebbero un grande influsso gli esempi di pietà cristiana dei genitori e delle zie paterne Tarsilla ed Emiliana, che condussero nella propria cadauna vita consacrata a Dio nella verginità e nell’ascesi e fecero una morte veramente santa.

Intanto entrò nella carriera di funzionario del governo bizantino di Roma, raggiungendo verso il 572/3 la suprema magistratura civile, ossia la prefettura della città. Questa magistratura era sempre importante avendo tra le sue attribuzioni le finanze, il vettovagliamento, la polizia; la cura degli edifici pubblici e la tenuta in efficienza delle fortificazioni anche se aveva perso responsabilità a causa dell’autorità del rappresentante dell’imperatore bizantino e al crescente potere del pontefice. Del tempo passato all’amministrazione imperiale egli conservò sempre un profondo sentimento dell’ordine e della disciplina, ossia del rispetto per la legge; e, divenuto papa, suggeriva ai vescovi di prendere a modello nella gestione degli affari ecclesiastici, l’ordine, la diligenza l’ossequio alla legge dei funzionari civili. Durante la prefettura gli morì il padre ed allora prese la risoluzione di ritirarsi dal mondo e dalle occupazioni secolari per abbracciare una vita più perfetta non appena avesse potuto deporre la carica, infatti le dignità che ricevette non valsero a guadagnare il suo animo alle cose del mondo, cui egli voleva servire solo esteriormente, di fatto sentiva che quel servizio lo attaccava contro sua voglia al mondo e ve lo tratteneva non più soltanto in apparenza, ma sin nel suo spirito.  La sua risoluzione avvenne tra il 574/5, fu agevolata dal fatto di non essere sposato e quindi di essere in grado di disporre più liberamente di se stesso e consacrarsi interamente al servizio di Dio: ciò fece deponendo il vestito di seta e l’abito di lusso tempestato d’oro e di gemme, con cui in passata soleva girare per la città, e prendendo l’umile saio di monaco. Egli si ritirò nella casa ereditata dal padre, che trasformò nel Monastero di S. Andrea. Oltre al Monastero di S. Andrea sul Celio, Gregorio ne fondò altri sei in Sicilia. Per maggiore umiltà Gregorio non volle essere egli stesso capo del suo monastero. Gregorio condusse nel monastero una vita veramente quieta e tranquilla, non turbata da tentazioni o da rimpianti, dedicandosi con ammirabile zelo agli esercizi monastici della preghiera e dell’ascesi. Nelle pratiche ascetiche e in particolare del digiuno, egli fu così fedele alle prescrizioni e tradizioni cenobitiche, da rovinare addirittura il suo stomaco già delicato e contrarre una malattia che lo accompagnò per tutta la vita, per cui spesso non riusciva a reggersi in piedi e doveva passare giorni, e persino intere settimane, disteso sopra un letto tra dolori lancinanti e svenimenti.

La sua anima si elevava nell’intimo della preghiera sopra le miserie del corpo, ma la contemplazione, mentre lo elevava in alto, gli dava anche un vivo senso della propria indignità!

Il ritiro claustrale di Gregorio non durò a lungo. Troppo preziosa era l’esperienza che egli aveva sia delle condizioni di Roma e dei gravi problemi cui si doveva giornalmente far fronte nella città, sia dei funzionari bizantini con i quali la Chiesa di Roma doveva di continuo trattare, perché il Pontefice potesse rinunziare ad un uomo come lui e lasciarlo nelle quiete del monastero. Il Papa Pelagio II (579-590) promosse Gregorio all’ordine del diaconato e fu scelto per una difficile missione a Costantinopoli.

Tra la fine del 585 e l’inizio del 586 Gregorio fu chiamato per iniziativa del Papa, che lo fece suo consigliere.

 

Elezione al Pontificato:

le gravi ristrettezze in cui versava Roma rendevano necessaria l’immediata elezione di un successore al defunto  Pontefice (Pelagio II infatti fu vittima della peste bubbonica che nel 590 colpì la città di Roma).

La scelta unanime del clero, del Senato e del popolo cadde sul diacono Gregorio, già noto per i suoi precedenti e per il suo zelo a pro della Chiesa e di Roma. Gregorio in un primo momento cercò di sottrarsi al grave peso, ma si arrese presto alla volontà di Dio e si gettò nel lavoro con la decisione che l’ora grave richiedeva. Sin dal principio egli ebbe chiara coscienza dei doveri del Vescovo, cominciò dalla città di Roma indicendo una solenne processione di penitenza per impetrare da Dio la cessazione della pestilenza. Dopo il problema della pestilenza venne a profilarsi il pericolo della fame; e da allora Gregorio al Pretore della Sicilia per sollecitarlo a sollecitarlo ad affrettare le spedizioni di grano.

Dopo la consacrazione episcopale Gregorio cominciò in modo regolare il ministero della predicazione, che riteneva come uno dei primi doveri del Vescovo. Le sue omelie si distinguono per la semplicità, sincerità, familiarità, e soprattutto per il suo moralismo.

In Italia  Egli esercitava uno speciale controllo sulle elezioni dei vescovi, perché si svolgessero in modo regolare. Inoltre Gregorio vigilava a che i Vescovi adempissero con diligenza l’ufficio pastorale.

Il problema politico più importante dell’Italia e di Roma, ma con riflessi anche in campo ecclesiastico, era rappresentato dai Longobardi che l’impero considerava come predoni da sottomettere o sterminare; Gregorio invece come un popolo da convertire e portare possibilmente all’amicizia con l’impero, al fine di ristabilire in Italia la pace fondata sulla tranquilla convivenza di italiani, imperiali e longobardi.

Nel 592 Gregorio di fronte all’impotenza di Costantinopoli si trovò a far fronte all’accrescimento delle forze dei Longobardi fino ad assumere la responsabilità delle operazioni militari, nominando direttamente i comandanti delle piazze più minacciate e comunicando precise istruzioni ai generali in campagna, così riuscì a liberare Roma.

                                                                                                                              (il mosaico della facciata raffigurante San Gregorio)

Con grande coraggio, Gregorio giunse, per evitare altri massacri, ad assumere un’iniziativa diplomatica che, concretandosi in un pace separata con i Longobardi, fu accettata assai male dall’imperatore Maurizio.

Dopo questo conflitto che alterò profondamente i suoi rapporti con l’imperatore, Gregorio proseguì con tenacia la sua politica di avvicinamento con i Longobardi. Con l’assassinio di Maurizio, per opera di foca, si pone tragicamente fine a questo conflitto tra papa e imperatore. Foca il 23 novembre del 602 si proclama imperatore, da qui in avanti si potranno realizzare le speranze di Gregorio riguardanti la conversione dei Longobardi.

Durante i quattordici anni del suo Pontificato, il «servo dei servi di Dio» si era prodigato sino al limite delle forze, nonostante una salute che le macerazioni eccessive della sua giovinezza monastica avevano compromesso per sempre.

Egli aveva dovuto affrontare lavoro soverchio e preoccupazioni continue. Aveva combattuto su tutti i fronti ed elargito le sue cure agli umili come ai potenti. Dopo aver trascorso a letto gli ultimi quattro anni del suo regno, morì il 12 marzo del 604.

La posterità ha decretato a papa Gregorio I, come in precedenza a san Leone, il titolo di “Magno” (il grande) con ciò, essa ha inteso esprimere la gran levatura della sua personalità spirituale insieme all’eccezionale dimensione storica. Egli fu non soltanto il pastore assiduo nella preghiere e nella carità, preoccupato in ogni momento e prima di ogni altra cosa della salute fisica e4 spirituale del suo gregge, ed egli fu uomo di gran cuore, dalla mente profonda, vigorosa sensibile rivelata dal suo epistolar4io, dalle sue omelie e dalle sue meditazioni, ma anche un uomo di Stato eminente per la determinazione e per l’ampiezza delle sue vedute.   

 

 
 
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